SegueCicli produttivi e cultura popolare a Serravalle Sesia fra tradizione e modernità  – Cap II, §2.5:  Pescatori di frodo, cacciatori  e raccoglitori . Tesi di laurea di Franco Bertola.

La legalità…

Nelle campagne serravallesi il concetto di legalità, per quanto riguardava la cattura di animali selvatici, la pesca e la raccolta dei prodotti sui fondi altrui prevedeva modelli di comportamento da mettere in atto nelle più svariate occasioni. Premesso che dopo San Martino il pascolo, la spigolatura e la raccolta di quanto rimasto sulle piante da frutto – se non espressamente vietati – erano considerati leciti, occorre rilevare che, nel resto dell’anno, il consumo occasionale dei frutti pendenti era regolato da usanze non scritte che variavano da una località all’altra.

   Stando agli insegnamenti da me ricevuti, nella frazione Piane Sesia era generalmente consentito, ad esempio, salire sugli alberi per fare una scorpacciata di ciliegie, ed era tollerato il consumo (ma solo sul posto!) di qualche fico, delle prugne e delle albicocche. La loro raccolta a fini di asporto era però considerata un furto. Era assolutamente vietato piluccare l’uva da vino, ma l’assaggio di qualche acino di quella da tavola era ammesso. Per quanto riguardava le pesche, si poteva approfittare solo di quelle bacate, o danneggiate dagli uccelli: i loro frutti, infatti, erano sempre coltivati per essere venduti. Valeva insomma la regola aurea del buon senso: se il proprietario della pianta destinava il prodotto al mercato, ogni forma di consumo era moralmente vietata, ciliegie comprese. Il principio era valido per le persone perbene; per i cosiddetti “caminant”, invece, c’era una sola legge: quella di arraffare il più possibile senza farsi prendere. Spesso ci riuscivano, suscitando la comprensibile ira dei derubati.

La caccia e la pesca di frodo – nei tempi duri del Dopoguerra praticate per motivi di sopravvivenza – e la raccolta non autorizzata sui fondi altrui erano accompagnate da furti di animali da cortile: i conigli e le galline che sparivano dagli allevamenti facevano notizia: il Corriere Valsesiano del 1 luglio 1965 scriveva infatti che, a Serravalle  « … la settimana scorsa sono stati rubati ancora una quindicina di conigli».

Oltre ai furti, in paese si registravano anche atti vandalici ai danni delle piante coltivate, e gli episodi erano ben evidenziati e condannati dalla stampa locale.

… alla Gattera […] sono penetrati in un suo fondo coltivato a pescheto e, indisturbati, hanno tagliato alla base una ventina di piante. Il fatto è stato subito denunciato ai carabinieri, i quali hanno fondati sospetti e sperano quindi di scoprire l’indegno individuo e di fargli dare la lezione che si merita.

(Dal Corriere Valsesiano del 15 aprile 1955)

Nota – Se per  i ladri di galline  pare lecito ipotizzare la scusante del bisogno,  i danni volontari causati alle coltivazioni  erano probabilmente da ascrivere a “vendette” dovute a dissapori personali che, talvolta, finivano per inguaiare persone innocenti. Per i danni a un pescheto, ad esempio,  furono accusati due ragazzini: salirono agli onori della cronaca con tanto di nome, cognome e  regione di provenienza (Cfr. Corriere Valsesiano del 14 maggio 1955). I due preseunti colpevoli furono in seguito ritenuti innocenti e riabilitati.

Riflessioni…

[...] Sin dall’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso Serravalle fu caratterizzata da una massiccia immigrazione di cittadini venuti dall’Alta Valle, dal Veneto e dal Meridione e, quando la verdura spariva dagli orti, ai nuovi venuti erano spesso addossate le colpe dei caminant locali. L’approdo di gente arrivata da lontano e le mutate condizioni economiche fecero sì che sul mercato si trovassero nuovi alimenti ma, nei primi tempi,  le novità non provocarono notevoli cambiamenti nelle abitudini alimentari dei nativi: essi guardavano ai gusti degli immigrati con diffidenza e – a dispetto del fatto che i gatti finivano spesso in pentola a causa della popolazione autoctona – i veneti furono talvolta chiamati “magnagati” e i meridionali “mangiasavun”, meridionalizzato in mangiassappone. Alcuni nativi, in questo caso, dimostrarono anche notevoli abilità creative e di assimilazione dei linguaggi di altre parti d’Italia.

Scrive il Viola:

Per un giovane contadino pugliese o siciliano, trovare lavoro a Milano o in Germania non faceva una particolare differenza. In entrambi i casi lo accoglieva un mondo completamente diverso dal proprio. Anche la lingua parlata, in un’Italia ancora profondamente dialettofona, era in un caso o nell’altro quasi altrettanto straniera.

(Da Paolo Viola, 2000  “Storia moderna e contemporanea – IV, Il Novecento”, p.362)

Se è vero che anche a Serravalle l’arrivo di gente venuta da lontano creò qualche perplessità, occorre tuttavia notare che i problemi furono presto superati. Anziché tentare di imporre i propri costumi, i nativi capirono infatti che – anche dal punto di vista economico – era meglio assecondare le richieste degli immigrati: di conseguenza  i negozi si attrezzarono in fretta per soddisfare le loro (in verità molto parche) esigenze.  Grazie alla gente venuta da fuori le pratiche agricole furono rinvigorite: trovati gli spazi sufficienti, i nuovi serravallesi di origine contadina introdussero presto piccoli allevamenti di animali da cortile e si dedicarono alla coltivazione di qualche fazzoletto di terra. Per il resto, in genere essi pure acquistavano la frutta, il latte e il vino direttamente dai produttori locali, a volte aiutandoli nella fienagione, nei lavori dei boschi o durante la vendemmia. Per le classi impiegatizie, invece, il discorso era diverso: nel capoluogo si trovavano anche alcuni prodotti gastronomici e in qualche negozio si vendevano generi alimentari che, ancora nei primi anni Sessanta, erano considerati beni di lusso. Stando alle informazioni raccolte la Gastronomia Vacchini  (oggi chiusa) era frequentata dalle classi abbienti e i coltivatori locali  vi conferivano  i prodotti migliori: vi si vendeva “persino il prosciutto crudo”, un alimento che… a quei tempi non tutti potevano permettersi di consumare.

Nota – Caminant è un termine dispregiativo abbastanza comune nel  Vercellese. È  usato per i ladruncoli  e le persone senza fissa dimora.

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