Estratto daCicli produttivi e cultura popolare fra tradizione e modernità: il caso di Serravalle Sesia“, tesi di laurea di Franco Bertola. 

Il Dopoguerra. Strategie di sopravvivenza alimentare 

[...] In paese, nei primi anni del Dopoguerra i conflitti sindacali, le paghe basse, le difficoltà di trasporto delle merci incidevano pesantemente sul vivere quotidiano della gente. Se i salari, le coltivazioni e gli allevamenti permettevano di sopravvivere, le risorse dell’ambiente naturale offrivano golose opportunità: oltre ai funghi e alle erbe selvatiche commestibili, i pesci del fiume e gli animali dei boschi interrompevano la monotonia delle solite minestre di verdure e delle scarse porzioni di proteine fornite dagli allevamenti domestici. E fu così che i tempi difficili furono resi meno duri con il ricorso a pratiche antiche che, a volte, o sfioravano l’illegalità o violavano apertamente le vigenti leggi.

Pescatori di frodo, cacciatori e raccoglitori

Negli anni magri del Dopoguerra la pesca di frodo contribuì notevolmente alla soluzione dei problemi legati all’approvvigionamento alimentare. Esperti bracconieri, nonostante la pesca con le reti fosse vietata, vi si dedicavano nottetempo stendendo le “varunine”, ovvero le reti a maglia fine adatte a trattenere anche le specie ittiche di modeste dimensioni come i vaironi e i giovani cavedani. Nel compiere il loro difficile lavoro, i pescatori di frodo non mostravano alcun rimorso e, soprattutto, cercavano di non farsi prendere: al momento giusto trascinavano le reti nelle tranquille lame del fiume, catturavano qualche chilo di pesce e, il più velocemente possibile, sparivano nella vegetazione riparia dalla quale erano venuti. Oltre alle reti, i bracconieri utilizzavano altri stratagemmi: un lungo budello di vimini posto nelle strettoie della corrente, ad esempio, intrappolava i pesci che, opportunamente spaventati, cercavano di spostarsi da un tratto all’altro del fiume. Altre risorse venivano dalle rane e dei gamberi d’acqua dolce: le prime erano per lo più catturate di giorno, mentre i secondi erano individuati nottetempo con l’aiuto delle lampade a carburo.
Il frutto delle razzie era destinato all’autoconsumo famigliare ma, in qualche caso, era scambiato con altri prodotti o venduto: ancora ai giorni nostri si racconta di personaggi che, nei tempi magri, rifornivano di pesce non solo parecchie famiglie, ma anche alcune delle trattorie note per gli squisiti vaironi fritti e per i cavedani in carpione che erano offerti alla clientela. Tra le tradizioni domenicali locali, infatti, vi erano le merende a base di pesce, salumi, uova sode e insalate dell’orto. Il carpione era un piatto conservabile, appetitoso e a basso costo. Subito dopo la cattura il pesce era accuratamente ripulito dalle interiora, squamato, asciugato e fritto. Contemporaneamente si preparava un liquido di conserva a base di vino rosso, erbe aromatiche, cipolle, aglio e abbondante aceto. Il tutto era lasciato bollire per qualche minuto e versato ancora caldo sui pesci ben sistemati in una terrina: dopo una settimana le temibili lische dei cavedani diventavano friabili e il liquido di conserva si trasformava in una gelatina densa e appetitosa.

   Se la pesca notturna con le reti era quasi tollerata e in parte giustificata dalla popolazione locale, la cattura fraudolenta delle cesene, dei tordi migratori e degli altri uccelli non era considerata un peccato: la caccia “regolare”, dispendiosa e permessa per pochi mesi l’anno, era infatti appannaggio di pochi privilegiati.  Per acchiappare i tordi di passo, i bracconieri aspettavano il tramonto e, quando gli stormi si raggruppavano su un grande albero per passarvi la notte, scaricavano il fucile contro gli ignari uccelli. La pratica era considerata altamente meritoria se gli stormi arrivavano nel periodo della vendemmia: si racconta tuttora di vigne spogliate del raccolto nel giro di un paio d’ore e pare che l’arrivo dei tordi migratori fosse paragonabile alle invasioni delle cavallette di biblica memoria. Le cesene erano invece catturate con le trappole dopo le prime nevicate quando, migrando da una località all’altra, si fermavano nei prati a becchettare le mele cadute al suolo. Non avevano colpe, ma finivano ugualmente in padella: spiumate, erano messe a cuocere sulla stufa con cipolle, vino rosso, pancetta e aromi naturali. I tordi e le cesene non erano gli unici uccelli a finire in pentola: in primavera facevano infatti la stessa fine anche parecchi nidiacei, tranne i rapaci e gli insettivori. I primi erano risparmiati perché pare che la loro carne fosse disgustosa, i secondi in quanto erano considerati troppo minuscoli e – forse in via subordinata – utili all’agricoltura.  Poiché gli uccelli costruiscono i loro nidi in luoghi difficilmente accessibili e celandoli abilmente, si pensò di favorirne la nidificazione con la realizzazione di appositi spazi, e non certo con lo stesso spirito con cui oggi si realizzano le cassette nido. Sui muri di alcune case erano infatti presenti le uccelliere: una serie di piccole cavità adatte alla nidificazione  i cui fori d’ingresso erano ben esposti al sole in modo da attirare il maggior numero di ospiti. I passeri e i rondoni non disdegnavano di costruire il nido in quei provvidenziali rifugi, ignari della fine che aspettava i loro piccoli:  le pareti interne delle cavità erano infatti facilmente rimovibili e, quando i nidiacei erano cresciuti al punto giusto, i più grassi finivano la loro breve esistenza in cucina.

    Erano praticate, da sempre, altre forme di bracconaggio o di cattura che portarono alla scomparsa di alcune specie animali, a cominciare dai piccoli e poco prolifici cinghiali che popolavano i boschi più sperduti. Tra gli altri mammiferi, il tasso costituiva un boccone prelibato, quasi come le lepri. La volpe era invece combattuta per la sua spiccata propensione a visitare i pollai e per il valore della sua pelliccia: per la sua cattura erano previsti dei «premi-compenso»: il Corriere Valsesiano del 3 dicembre 1960 riportava i nomi  dei cacciatori  premiati per l’abbattimento delle volpi  a Naula, a Vintebbio e a Bornate. Le lontre vivevano poco oltre la frazione Vintebbio, in una località difficilmente accessibile caratterizzata da rocce che tuttora si stagliano tra le acque della Sesia, ma la colonia finì per estinguersi a causa della caccia spietata cui era sottoposta (testimonianza paterna). Tra le pratiche più dannose per la fauna ittica occorre infine ricordare l’usanza di avvelenare i pesci con il cloro o il solfato di rame. Nei periodi in cui le pozze laterali del fiume e i ruscelli erano quasi asciutti capitava infatti che qualche malaccorto sciogliesse nell’acqua una piccola quantità di verderame per far boccheggiare i pesci e catturarli facilmente con una reticella: in una intervista rilasciata al bisettimanale Notizia Oggi del 6 novembre 1987 si leggono le confessioni di un anonimo bracconiere che dichiara di aver utilizzato persino il cianuro.

Le azioni fraudolente, talvolta, erano scoperte dai carabinieri e dai guardiapesca. Nel testo qui integralmente riprodotto, per  il bracconiere “pescato” non ci fu né la comprensione dell’articolista né la clemenza delle forze dell’ordine.

Attenzione pescatori di frodo!  

Di tanto in tanto qualche pescatore di frodo cade nella rete e allora sono guai, perché la legge è giustamente severa e fa pagare venti quello che può costare anche soltanto uno. È il caso di un appassionato pescatore di Vintebbio, il quale giorni fa, sorpreso dai carabinieri, è stato colto in fallo mentre tornava dalle acque del Sesia in prossimità del Mulino. Il pescatore, quando ha scorto i militi, ha cercato di farla franca e di disfarsi della rete, ma i carabinieri non si sono lasciati fare su e lo sfortunato pescatore ha dovuto consegnare la rete nella quale si dibattevano ancora pochi pesciolini. E siccome il pescatore non solo aveva pescato con un arnese proibito, ma anche senza permesso e in un tratto  soggetto a riserva, così sono tre le imputazioni a cui dovrà rispondere, con un preventivo passivo di alcune migliaia di lire. Per cui, se proprio aveva voglia di pesce, gli conveniva di più o munirsi del permesso regolare, oppure andare a mangiare i pesci, già pronti ed arrostiti, in una delle tante trattorie della frazione. (Dal Corriere Valsesiano del  15 luglio 1955)

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(Tratto dal cap. II “Strategie di sopravvivenza”,)