Il pettirosso – Credo che il pettirosso sia il più noto tra i piccoli uccelli di casa nostra. Lo troviamo dappertutto, estate e inverno. Quando cade la neve si spinge sotto i portici alla ricerca di briciole, becchetta  persino gli avanzi di cibo nelle ciotole di Fido e di Miao. Durante le escursioni segue le nostre orme. Perché?

Vediamolo da vicino…

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Pettirossi nelle diverse stagioni (Foto: Franco Gray)

La prima foto mostra due pettirossi in conflitto: siamo in inverno e il cibo scarseggia. Sotto un albero è rimasta una mela mezza marcia e ognuno dei due contendenti vuole appropriarsi di quella magra risorsa. Al centro troviamo un pettirosso in primavera: canta per segnalare il territorio in cui intende nidificare. Costruito il nido, covate le uova per quasi quindici giorni, i pettirossi  crescono la prole catturando insetti: eccone uno mentre  fa ritorno al nido con un bruco nel becco.

Il pettirosso, in breve

Pettirosso (Foto: Luisa De Savi)

Pettirosso (Foto: Luisa De Savi)

La caratteristica principale del pettirosso (Erithacus rubecula) è data dalla inconfondibile colorazione arancio-rossastra del petto e di una parte del capo: siamo in presenza di un uccello della famiglia dei Muscicapidi lungo circa 14 centimetri che pesa sui 15 grammi. Sulla particolarità del petto vistosamente colorato sono fiorite leggende,  la più nota è quella della spina che il piccolo uccello – macchiandosi di sangue –  avrebbe levato dal capo di Cristo in croce. Lasciata la leggenda e entrati nella realtà scopriamo che il colore delle piume del petto è un segno distintivo: più marcato nei maschi, viene mostrato agli altri uccelli della stessa specie durante le dispute per la conquista o la difesa del territorio. Lo stesso comportamento è tenuto nei confronti delle femmine non appena queste entrano nel territorio dominato dal maschio ma… ben presto l’aggressività si stempera e  – scelta la femmina con cui accoppiarsi – i pettirossi pensano a costruire il nido e ad allevare la prole.

Si legge in Grzimek:

… il petto colorato in modo così appariscente ha quindi il significato di un segnale di aggressività […] ciò può essere facilmente osservato ponendo davanti al Pettirosso un Uccello impagliato, o semplicemente un ciuffo di penne rosse […]”  (Vol IX pag. 301)

Davanti a  ciò che credono un intruso, i pettirossi reagiscono energicamente: la loro aggressività  è verificabile quando sbattono contro i vetri delle nostre finestre. Si potrebbe pensare che tentino di entrare in casa, ma la realtà è ben diversa: combattono contro la loro stessa immagine riflessa, in quanto credono di aver a che fare con un usurpatore del loro territorio. L’analisi del loro comportamento sfata dunque la credenza dell’uccello mite che si affeziona alle persone: quando (specie nelle rigide giornate d’inverno) i pettirossi infreddoliti si  avvicinano a chi si aggira per i boschi… lo fanno solo per trovare larve e insetti tra le foglie smosse dagli scarponi. 

Che li si studi con gli occhi della scienza o che li si guardi con quelli dell’affettività, ecco – una stagione dietro l’altra – qualche notizia sulla vita dei pettirossi…

Primavera: il nido

Pettirosso con nidiacei (Foto: Franco Gray)

Pettirosso al nido, pronto per l’imbeccata (Foto: Franco Gray)

 

I pettirossi costruiscono i propri nidi in piccole cavità ben riparate dalle intemperie, in genere tra radici di alberi o nei residui di vecchie ceppaie poste a  meno di un metro dal suolo. Vi depongono quattro o cinque uova biancastre, macchiettate di arancione chiaro che la femmina – al cui sostentamento provvede il maschio -  cova da sola per una quindicina di giorni. Nelle scarpate i loro rifugi sono ben celati da erbe ricadenti o da felci: per non segnalarne la presenza la femmina rimane immobile a covare anche quando le persone o gli animali di grossa taglia passano nei pressi del nido. Alla schiusa entrambi i genitori provvedono al mantenimento della prole: attorno ai nidi si nota il loro andirivieni con il becco sempre carico dei piccoli bruchi, dei ragni e degli insetti alati che catturano esplorando  il sottobosco. L’area frequentata dalla coppia  è piuttosto ristretta: va infatti dai seimila agli ottomila metri quadrati (Grzimek, vol IX pag 300). Appena sono in grado di compiere i primi brevissimi voli i  piccoli lasciano il nido e si celano nel sottobosco: saranno ancora accuditi dai genitori per almeno un paio di settimane.

Pettirosso: pulizia del nido (Foto: Franco Gray)

Pettirosso: dopo l’imbeccata, la pulizia del nido (Foto: Franco Gray)

I pettirossi sono abbastanza confidenti  e – specie se nidificano nei parchi e nei giardini – in presenza di persone o animali domestici in genere continuano nei loro andirivieni dagli spazi di caccia al nido senza problemi. Non altrettanto si può dire nei confronti degli altri uccelli onnivori (cornacchie, ad esempio), dei piccoli carnivori e dei grossi rettili striscianti: per distrarli i genitori svolazzano e cercano di farsi inseguire lontano dal nido. I rettili di grossa taglia per i pettirossi sono un serio pericolo. Si racconta – ad esempio – che alcuni serpenti prendano di mira i nidiacei e che riescano ad ipnotizzare persino gli adulti: questi – immobili (forse per il terrore, forse perché realmente ipnotizzati) -  finiscono poi inghiottiti interi, penne e piume comprese.

L’attaccamento al nido e le strategia di difesa che i pettirossi mettono in atto per distrarre l’attenzione dei possibili predatori sono molteplici e non si limitano alla semplice distrazione o alle azioni di disturbo. Nella foto in alto un genitore, terminata l’imbeccata, raccoglie le feci dei nidiacei: le porterà lontano per non segnalarne la presenza. Una tecnica che non tutti gli uccelli praticano: quelli che nidificano sulle rupi, nei muri o sugli alberi alti in genere lasciano che gli escrementi cadano al suolo.

Tra la fine della primavera e l’estate: una vita furtiva

Pettirosso, ambiente, canto

Pettirosso nel suo ambiente: canta per segnalare la sua presenza ai possibili intrusi (Fotoelaborazione: Franco Gray)

Con l’arrivo della bella stagione la dieta dei pettirossi cambia radicalmente: diventano cacciatori instancabili e svolazzano dal suolo alla fascia degli arbusti a caccia di vermi, di piccoli crostacei, di molluschi, di insetti adulti e delle loro larve.

Pettirosso (Foto: Vezio Boni)

Pettirosso tra le rose ormai sfiorite, tarda estate (Foto: Vezio Boni)

Il pettirosso è stato studiato fin dall’antichità. Le sue abitudini cambiano con il mutare della temperatura e –  poiché durante la stagione calda diventa schivo e si cela nel fresco della macchia –  Aristotele ipotizzò una sorta di trasmutazione e pensò che i pettirossi si mutassero in codirossi. (Gli Uccelli, Mondadori – pag. 99)

Se è vero che Aristotele si era chiesto dove finissero i pettirossi durante la bella stagione, è altrettanto vero che parecchi studiosi del Settecento – di fronte al problema delle migrazioni – formularono teorie che oggi fanno sorridere: Linneo, ad esempio, nella sua opera fondamentale (Systema Naturae, 1735)  scrisse che i balestrucci (uccelli della famiglia delle rondini che nidificano in Italia e che passano più mesi nei Paesi caldi) in inverno si nascondono nei sottotetti e che ne escono in primavera….

Quanto ai codirossi, occorre sottolineare che essi in primavera nidificano spesso nelle rientranze dei muri o sotto le travature delle case: di fatto prendono il posto di  quei pettirossi “domestici” che, in inverno, frequentavano i cortili e i balconi alla ricerca di briciole e di avanzi di cibo e che, con la bella stagione, sono ritornati nelle radure ai margini dei boschi: la cosa ha evidentemente tratto in inganno anche gli studiosi più attenti. Sulle migrazioni degli uccelli fiorirono infatti interpretazioni della realtà che – lasciato il campo della scienza – sconfinarono talvolta nell’immaginazione.

Pettirosso

 

Pettirosso che si nutre delle piccole bacche della vite vergine (Foto: Gianni Bonini)

Pettirosso e bacche di vite vergine: una risorsa per passare l’inverno (Foto: Gianni Bonini)

Inverno, pettirosso tra la neve (Fotoelaborazione: Franco Gray)

Inverno, pettirosso tra la neve (Fotoelaborazione: Franco Gray)

Autunno e inverno: tecniche di sopravvivenza

Verso la fine dell’estate i pettirossi lasciano le zone più inospitali e si spostano verso i climi più miti. Lì si accontentano di quello che trovano: becchettano le ultime bacche, la frutta caduta al suolo e, come già detto, quanto trovano nelle ciotole degli animali domestici o nelle mangiatoie posizionate nei parchi e nei giardini. Al riguardo devo dire che non li ho mai visti competere con le cince o con i passeri: forse la loro  riservatezza li tiene in disparte, ad aspettare pazientemente il loro turno o ad accontentarsi di quanto cade a terra   dalle reticelle gonfie di cibo appese ai rami. Così fanno i piccioni e i colombi selvatici: ogni specie, in sostanza, si avvale di ciò che trova per sopravvivere e anche il più piccolo dei frutti – per quanto malridotto -  viene utilizzato.

Note conclusive

Per quanto riguarda le foto realizzate dal sottoscritto al nido del pettirosso pare opportuno precisare che gli scatti sono stati effettuati con un radiocomando. Posizionata la fotocamera su di un cavalletto, si è scattato da lontano, sulla base dei rumori provenienti dal nido al momento dell’imbeccata: foto realizzate più con le orecchie che con con gli occhi. Di conseguenza: nessun disturbo agli adulti o ai nidiacei.

Franco Gray  (All’anagrafe: Franco Bertola)

Bibliografia

Grzimek, Vita degli animali – Bramante editrice

“I Regni della Vita”, Gli uccelli – Arnoldo Mondadori Editore

J. Felix, Grande Atlante degli Uccelli Europei, ed Accademia

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