Tra i prati stabili: note introduttive per un portale dedicato alla vita selvatica e alle attività umane tra gli spazi verdi.

Note storiche sul governo dei prati, dalle fasce collinari ai pascoli di  montagna. 

Fotocomposizione con aspetti di prati naturali

Prati naturali, aspetti nei diversi ambienti (Foto: Franco Gray)

Versanti montani inerbiti, utilizzati per lo sfalcio di erbe spontanee destinate a diventare foraggio. A sinistra siamo in Alta Val  Mastallone  (Valsesia)  nei pressi di Rimella San Gottardo a circa  1300 m di altitudine; alla fine di maggio, mentre gli ultimi nevai sciolgono le loro suggestive cavità,   i prati del versante sono già in piena stagione vegetativa. A centro un prato magro della Valle Cannobina: in primo piano un’aquilegia. L’ultima foto a destra  illustra un prato ben concimato  e pronto per lo sfalcio; siamo in Valsesia, nel cuore della Val Vogna.

Tra natura, cultura e colture

Fienagione in montagna: raccolta del fieno con moderno trattore e arnesi ytradizionali  (Sofia Lorenzini)

Fienagione in montagna, tra modernità e tradizione (Foto: Sofia Lorenzini)

Il gioco di parole vuole riassumere la complessità ecologica del prato: il prato stabile periodicamente falciato, in effetti, nasce da sementi scarsamente manipolate e – senza gli opportuni interventi umani – diventerebbe ben presto boscaglia. Nelle pianure si può parlare di prati seminati e spesso lavorati con tecniche agrarie raffinate: troviamo in funzione falciatrici di grandi dimensioni e macchine che sfornano rotoballe di foraggio spesso destinate alle zone pedemontane.  In queste realtà territoriali  i prati stabili in cui crescono erbe spontanee sono una realtà sempre più rara: la cotica erbosa permanente è spesso sostituita dalla coltivazione di piante da foraggio ad alta resa seminate di anno in anno.  In montagna e in collina gli ultimi lembi di prato sono invece  governati con metodi che spesso coniugano l’esperienza nata dalla tradizione con i nuovi prodotti tecnologici che – sia pure di modeste dimensioni – consentono di alleviare la fatica…

 Il prato stabile: non solo erba da foraggio…

Fiori di melo

Rametto di melo in fiore (Foto: Franco Gray)

Bassa Valsesia – Un tempo il commercio di fieno era assai scarso per cui, viste le difficoltà di trasporto,  nelle realtà agricole basate sulle risorse locali  il prato era indispensabile. Il foraggio che se ne ricavava era utilizzato in inverno e nelle giornate di pioggia, quando era impossibile portare gli animali al pascolo o procurare loro l’erba necessaria. I prati stabili erano caratterizzati dalla presenza di grandi meli che comprendevano cultivar locali dai nomi poetici, con maturazioni a scalare: avevano dimensioni  notevoli ed erano coltivati nelle fasce pianeggianti ai piedi delle colline. Insieme ai meli qua e là crescevano grandi alberi di noci e, in qualche raro caso, si potevano trovare anche dei filari di uva fragola o arbusti fruttiferi di dimensioni minori, come i noccioli, i sorbi e gli amareni: presenze che, sebbene ostacolassero la crescita delle erbe, erano pur sempre una risorsa non disprezzabile. In caso di tempo secco la resa in foraggio era piuttosto scarsa ma i prati adiacenti la roggia che da Serravalle capoluogo raggiungeva il mulino (ora in disuso, tra  Naula e Vintebbio) potevano essere irrigati: l’utilizzo dell’acqua  andava però concordato con il mugnaio e comportava  l’offerta di “almeno un bottiglione di vino buono…”.[1]

Luigina, la falce fienaia e i rastrello

Luigina Berti mostra orgogliosamente gli attrezzi antichi usati nella fienagione. Sono stati ricostruiti in legno con gli stessi criteri di un tempo da un artigiano della Valsesia (Foto: Franco Gray)

Tra i monti – La foto a sinistra evoca gli attrezzi che fanno parte della storia della fienagione. Al rastrello e alla grande falce da fieno mostrati dalla signora  occorre aggiungere il falcetto a mano:  era utilizzato nei versanti impervi per tagliare le erbe ciuffo dietro ciuffo: in questo caso il rastrello non era necessario perché quanto raccolto veniva immediatamente stivato nelle “civere” (Vedi note). Interessante il modo con cui gli attrezzi da taglio erano affilati: posti su una sorta di piccola incudine, la  lama era ripetutamente martellata fino a renderla tagliente. Per le piccole affilature veloci si usava invece la cote,  custodita in un contenitore pieno d’acqua appeso alla cintura.

Il ciclo del prato stabile iniziava con il disgelo, quando era concimato spandendovi letame ben maturo. L’erba ricominciava a crescere già dalle prime piogge e, a fine marzo, vi si potevano raccogliere le prime gustose piante commestibili: tra queste le “verzole” e il tarassaco. In un periodo dell’anno in cui gli orti non erano ancora produttivi, le erbe selvatiche erano accolte come una grazia del cielo e la loro raccolta – libera a tutti – era praticata dalla quasi totalità della popolazione residente. 

Foto sotto – A sinistra: tarassaco (Taraxamum officinalia). Al centro: fragoline di bosco. A destra: sorbe in estate. I frutti saranno raccolti con l’arrivo dei primi geli e matureranno a novembre, custoditi in ambienti riparati. Quelli rimasti sui rami diventeranno cibo per gli uccelli e per gli altri animali selvatici: i prati con piante da frutto danno un contributo non indifferente al mantenimento della biodiversità…

Prati e radure

Nei prati, tra erbe commestibili, piccoli frutti e arbusti fruttiferi (Foto: Franco Gray)

Per non dimenticare: prima e dopo gli anni del “Miracolo economico”

Falce fienaia, una ricostruzione artigianale (Foto: Franco Gray)

Falce fienaia, ricostruzione artigianale di un attrezzo antico (Foto: Franco Gray)

Scriveva don Florindo Piolo in “Storia del Comune di Serravalle Sesia”:

“La parte piana è coltivata in proporzione del 50% a prato. Il fieno […] è appena sufficiente al consumo nel paese. Il prato si taglia tre volte, rari gli anni che permettono il quarto taglio (quartarolo)”. 

(Pag. 42, senza data) – Periodo riferito agli  anni a cavallo della  II guerra mondiale)

     Nelle modeste aziende a conduzione famigliare del secolo scorso il taglio del foraggio da destinare agli animali stabulati iniziava già alla fine di maggio ma, per la fienagione vera e propria, il periodo ideale andava dalla metà di giugno fino alla prima settimana di agosto, quando si eseguiva il secondo sfalcio.  Dalla seconda metà di agosto in poi la fienagione era a rischio perché iniziava la stagione dei temporali. La produzione di fieno richiedeva un certo impegno e vi si dedicavano più persone, spesso nel tempo rimasto libero dagli impegni di lavoro nelle fabbriche. In caso di pioggia incombente i confinanti collaboravano per mettere al sicuro il foraggio nel minor tempo possibile, o almeno raggrupparlo in cumuli perché non si bagnasse troppo. Fino alla metà degli anni Cinquanta, lo sfalcio si eseguiva con la “ranza”, ovvero con la falce fienaia della foto a lato  e “ranzin” erano chiamati coloro  che la usavano; il loro lavoro iniziava alle prime luci dell’alba: in questo modo l’erba poteva seccare per l’intera giornata. I “ranzin” procedevano allo sfalcio fino a metà mattina, poi l’erba tagliata era sparsa al suolo con una forca bidente e lasciata seccare al sole sperando nel bel tempo:  la pioggia – benefica per l’orto e per i frutteti –  quando cadeva nel momento della fienagione era una maledizione!   L’erba era rivoltata – con le forche –  già nel primo pomeriggio: in questo modo, anche la parte rimasta a contatto con il terreno era esposta ai raggi  del sole. A sera il foraggio ormai appassito era rastrellato e ammucchiato: se si temeva il maltempo – oltre a recitare qualche preghiera – si formavano cumuli di grandi dimensioni. La mattina del giorno seguente il fieno era nuovamente sparso sul prato perché essiccasse completamente. Rivoltato ancora una volta nel pomeriggio, il foraggio era infine pronto per essere portato in cascina:  generalmente si usavano le “civere”, ma nei prati di grandi dimensioni il fieno era trasportato su un carro trainato da un animale.[2]   Nel fienile si innescava spontaneamente un processo di  fermentazione e, quando il fieno tornava a temperature normali, poteva essere utilizzato: il primo taglio, costituito per lo più da graminacee,  era particolarmente gradito  ai cavalli, alle mucche e ai conigli.

Fienagione manuale: si sparge l'erba appena falciata con una forca bidente

Bassa Valsesia, anni Novanta del Novecento: fienagione manuale in un prato arborato. L’erba appena falciata viene allargata al suolo con l’impiego di una forca bidente (Foto: Franco Gray)

Verso l'inverno. Ultimi fili d'erba

Verso l’inverno. Pecora con agnello alla ricerca degli ultimi fili d’erba (Foto: Franco Gray)

Nella Bassa Valsesia (o – se si preferisce – nell’Alto Piemonte) alla fine di luglio si  procedeva al secondo taglio e si otteneva la “rgorda”, costituita da erbe corte e a foglia larga poi, verso la metà di settembre, si raccoglieva il “terzuolo”: se le giornate erano buone si poteva tentare di farlo seccare ma,  in genere, era  portato nella stalla per essere utilizzato fresco. La “rgorda” e il “terzuolo” disseccati erano particolarmente graditi alle pecore per cui a volte erano venduti ai pastori che, scesi dalle montagne alla fine della breve estate alpina, sostavano per qualche tempo tra le colline e lasciavano le loro greggi pascolare brucando il “quartarolo” nei prati, tra i rovi e sotto gli alberi ai confini dei boschi. Gli animali che brucavano i germogli spinosi dei rovi, o che riuscivano a scovare le ultime ghiande tra le foglie secche, spesso pernottavano nei prati stabili e, con le loro deiezioni, li arricchivano di sostanze nutritive. Esaurite le scarse risorse locali  i pastori riprendevano il cammino verso le pianure della Bassa per trascorrere l’inverno in qualche cascina, o per scovare nuovi pascoli.

La situazione lavorativa sopra descritta rimase pressoché invariata fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, quando gradatamente si introdussero  le falciatrici a motore, i voltafieno e i ranghinatori. In seguito, scomparsi i “ranzin” e i carrettieri, apparvero figure nuove di allevatori dotati di trattori e di altri strumenti agricoli innovativi che, in caso di necessità, prestavano la loro opera anche in conto terzi.  Mentre crescevano le costruzioni, i prati in cui era possibile accedere con le macchine a motore erano ancora falciati, ma a ogni primavera nei paesi industrializzati si scoprivano nuove porzioni di terreno lasciate al loro destino: nelle fabbriche il lavoro era ben rimunerato, la gente godeva del proprio tempo libero  e la figura dell’operaio-contadino che si dedicava anche ai lavori agricoli  andava ormai scomparendo. Ancora negli anni Ottanta del Novecento i prati stabili erano utilizzati  soprattutto da alcuni allevatori scesi dalle terre avare dell’Alta Valle, ma lentamente anche le loro aziende finirono per chiudere e nei prati iniziarono i fenomeni noti come “successione secondaria”: non più governati furono presto invasi dai rovi, dagli arbusti e dalle piante pioniere e la superficie agricola attualmente destinata alla produzione di foraggio è ormai notevolmente ridotta… 

Alpe Cangelett: un albero caduto

Una costruzione all’Alpe Cangeletti. Si tratta di un “alpeggio lontano” che ha resistito alla durezza del clima ma che – già colpito dalla caduta di un albero – potrebbe presto trasformarsi in uno dei tanti ammassi di pietre che ricordano l’esistenza di altri tempi e di altre culture (Foto: Nanuk Svalbard)

Nella Bassa Valsesia i prati furono abbandonati nel periodo dell’esplosione industriale, quando l’Alta Valle già conosceva l’abbandono degli alpeggi remoti. Tra i monti, in tempi che paiono senza tempo ogni vallecola aveva visto infatti la costruzione di rifugi di pietre e di legno che rimangono a testimoniare una cultura ormai scomparsa. Si parla di alpeggi remoti, spesso arroccati tra gli strapiombi in località isolate ed ora difficilmente raggiungibili. Siamo in presenza di luoghi della memoria, o dei loro resti. Vista la scarsità delle risorse e la durezza del clima con l’introduzione di nuovi stili di vita i pascoli lontani e le loro costruzioni furono infatti lasciati al loro destino. Ciò che rimane testimonia un passato difficile, in parte da immaginare e ancora da scoprire…     

 (Da “… tra modernità e tradizione“, riduzione e adattamento)

Cambiano i tempi – Il trattore  che sta azionando un voltafieno  è stato fotografato in Valsesia, in un prato pianeggiante del Comune di Scopa  posto tra le case d’abitazione dei residenti e  quelle dei turisti. I mezzi moderni ed efficienti, sebbene di modeste dimensioni  e di potenza limitata, permettono  una buona e rapida fienagione con l’impiego di un numero esiguo di operatori. Tagliata all’alba per mezzo di una rotofalce condizionatrice, l’erba viene  parzialmente disidrata già nella fase di sfalcio. Nel pomeriggio il foraggio viene rivoltato: se il tempo è buono e vi è presenza di vento,  si lavora in condizioni ambientali ideali e il fieno – sotto forma di rotoballe – ben presto arriverà fragrante in cascina. E in questo caso si dovrebbe aprire un discorso sull’utilizzo razionale degli spazi verdi: vi sono zone in cui gli sfalci finiscono in discarica e i prati dove – al contrario – l’erba diventa risorsa…  

Voltafieno in azione

Un voltafieno in azione tra le case. Siamo in un paese di media montagna e i prati sono utilizzati con mezzi moderni ed efficienti (Foto: Franco Gray)

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A chiusura di queste note storiche la foto sotto rimanda al portale in cui si raggruppano le diverse tipologie di distese verdi. Si tratta di una raccolta di link che riportano agli articoli già pubblicati e a nuove idee da sviluppare…

Val Vogna, prato e microlepidotteri

Prato della Val Vogna: all’ombra dell’albero, le piccole farfalle dalle lunghissime antenne (Fotocomp. Franco Gray)

 

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Note   

Strumenti di lavoro di un tempo. Museo Mollia  (Foto: Franco Gray)

Strumenti di lavoro di un tempo. Museo di Mollia (Foto: Franco Gray)

Nota [1] – Da “… Tra modernità e tradizione” : i prati irrigui – Testimonianza  fornita dal sig. Sella Bruno (Serravalle Sesia)  in occasione di una precedente ricerca risalente agli ultimi anni  Ottanta del secolo scorso. Quello che fu un prato irriguo è diventato un bosco planiziale e la roggia – inghiottita dalla vegetazione-  non è più utilizzabile. 

Nota [2] – Le civere erano (e sono) gerle aperte, tenute insieme da poche bacchette di legno (denominazione usata in Bassa Valsesia). In genere  erano utilizzate  per trasportare l’erba in stalla, o le foglie secche da utilizzare come strame. La gerla vera e propria, invece, era fabbricata con listelli sottili e flessibili di castagno intrecciati saldamente tra di loro.

Nella foto a lato (scatto eseguito nell’Ecomuseo di Mollia, Valsesia) accanto ad altri attrezzi si può notare una civera con del fieno. Oltre al termine qui usato, in ogni paese della valle (anche piccolo) si possono ancora  ascoltare sfumature dialettali della parola che farebbero la felicità di qualunque linguista. Un esempio viene da “carpiun”, che spesso sta ad indicare un carico d’erba portato a spalle dai prati alle stalle mediante il contenitore qui illustrato.   

Vai a Prati e praterie: portale verde 

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Franco Gray (All’anagrafe: Franco Bertola)

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