Incendi e un nuovo parassita: il Cinipede galligeno.

Dopo l’abbandono,  gli incendi e il cancro della corteccia sui nostri boschi incombe un nuovo pericolo. Da qualche anno a questa parte un insetto – il Cinipede galligeno -  provoca galle e disseccamenti sui rametti del castagno.

I parassiti del castagno: il Cinipede galligeno

 Come già si è visto in “Castagni, castagneti e  castagne“, l’abbandono del territorio ha creato parecchi problemi. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso i boschi erano percorsi da incendi e, con gli scambi commerciali, già erano arrivate nuove malattie. Il cancro della corteccia fu forse la più temibile ma, gradatamente, le piante impararono a conviverci e il castagno non è scomparso. Dall’Oriente è però  arrivato un nuovo parassita: è il Dryocosmus kuriphilus, meglio noto come Cinipede galligeno. Si tratta di un insetto di circa due millimetri e mezzo che merita tutta la nostra attenzione perché  è presente ovunque. Lo abbiamo trovato sia sulle colline che alle quote in cui il castagno cede il posto alle faggete…

La diffusione del cinipede è dovuta al vento, ai mezzi di trasporto e al commercio di piantine dalle gemme infestate: individuarle  è difficile perché le note galle appaiono solo con i germogli della primavera. I danni derivanti dalla mancata produzione di castagne si ripercuotono sulla catena alimentare del bosco, ma a lamentarsi più di tutti sono forse i cacciatori. Le loro pubblicazioni parlano chiaro:

La presenza del cinipide, in contemporaneità alle primavere molto siccitose e agli andamenti climatici sfavorevoli alla fruttificazione, hanno determinato delle annate con basse produzioni di castagne. Questa situazione condiziona inevitabilmente non solo l’andamento dell’economia che gira attorno al castagno, ma anche l’ecologia e l’etologia degli animali che basano il loro sostentamento invernale su questo frutto e negli ambienti caratterizzati da una forte predominanza boschiva di castagneti, il cinghiale è uno di questi animali.

  (Tratto da “La Caccia al Cinghiale”, n° 66 del marzo-aprile 2012. Editoriale Veliero S.r.l.)

Stando alla rivista l’esigua produzione di castagne è fonte di notevoli danni, soprattutto al cinghiale. La minore disponibilità di cibo rende le femmine meno fertili e provoca lentezza nello sviluppo delle cucciolate. Poiché sopravvivere con una risorsa in meno diventa difficile, spinti dalla fame gli animali lasciano le selve alla ricerca di pastura, con un aumento notevole dei danni alle colture.

Cinghiale fotografato nel buio della notte

Un cinghiale in un castagneto, fotografato di notte mentre è alla furtiva ricerca di pastura.
(Foto: Giovanni Rossi)

Gli equilibri naturali sono delicati e preziosi per tutti: l’ecologia è una rete che avvolge ogni cosa. Il cinipede mette quindi in difficoltà tutta la filiera del castagno.

Di conseguenza:

   – gli apicoltori producono meno miele a causa dei danni che le galle provocano ai rametti fioriferi;

   – ai cercatori di funghi rimane poco da raccogliere: i porcini vivono in simbiosi con il castagno e un albero danneggiato non riesce a mantenere buoni rapporti con il resto dell’ambiente;

   – i caldarrostai professionisti e quelli della domenica – nonché gli addetti alla filiera alimentare che impiegano le castagne – sono costretti a comprare a caro prezzo il prodotto all’estero.

 Come fermare il nuovo flagello?

 

Lotta chimica e lotta biologica
descrizione del ciclo del Cinipede galligeno.

Il cinipede dall’uovo alla nuova ovodeposizione. Il ciclo dura un anno, con i danni visibili già a maggio quando, subito dopo la ripresa vegetativa, si formano le prime galle. (Disegno di Michela Ferrara)

Per combattere i parassiti occorre conoscerli. Il cinipede si riproduce una sola volta all’anno, non appena le larve diventano insetti perfetti, pronti a deporre le uova feconde che già portano nell’addome: il fenomeno è noto come partenogenesi telitoca. Si suppone che la partenogenesi sia il risultato di un processo evolutivo dove – per ragioni che si potrebbero definire di risparmio energetico -  alcune specie hanno adottato strategie  che non prevedono la nascita di soggetti maschi.  Per il cinipede, l’accoppiamento non serve: siamo dunque in presenza di una specie che  non permette l’utilizzo delle tradizionali tecniche di lotta biologica. Se infatti ci fosse riproduzione sessuata basterebbe ostacolare lo sviluppo dei maschi, magari attirandoli con le note trappole ormonali che, imprigionandoli o fornendo loro false indicazioni, ne impedirebbero la funzione riproduttiva. Nel caso del cinipede, detta strategia non ha neppure ragione di esistere: gli insetti che escono dalle galle sono già fecondi e, al momento, la soluzione migliore  pare quella di ostacolare lo sviluppo delle larve. I metodi sono sostanzialmente chimici o biologici: nel primo caso occorrerebbe trattare i castagni con insetticidi sistemici, ovvero con quei veleni che penetrando nella pianta uccidono il parassita. In questo caso sarebbero però  colpite parecchie altre forme di vita, comprese quelle utili. Nel secondo caso – quello della lotta biologica – occorre invece far sì che lo sviluppo delle larve sia ostacolato da fattori esterni, magari confidando nell’aiuto di organismi capaci di aggredirle.

   Il programma regionale di ricerca prevede, tra l’altro, tentativi di lotta con insetticidi e il controllo del cinipede con l’introduzione del suo naturale nemico: il Torymus sinensis.  Il ciclo biologico del Torymus è abbastanza simile a quello del cinipede: si riproduce infatti una sola volta all’anno e proprio nel periodo in cui nelle gemme di castagno infestate l’anno precedente si formano le galle. La femmina del Torymus vi depone le uova, le sue larve si nutrono di quelle del cinipede e in questo modo ne limitano il numero. Al momento il rimedio non pare una panacea, ma gli esperimenti sono solo all’inizio e un messaggio di speranza potrebbe venire proprio dalle capacità stesse del castagno di adattarsi alla nuova situazione. Del resto, contro il cancro della corteccia abbiamo visto parecchie risposte positive: i castagni hanno sviluppato meccanismi di difesa tali che, quasi sempre, riescono a convivere con il nemico che loro malgrado sono costretti ad ospitare. La stessa cosa potrebbe succedere ora.

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Gli studi sui meccanismi di resistenza messi in atto dai castagni indicano chiaramente che tra le varietà coltivate alcune sono più colpite delle altre. Il problema è aperto e conviene ricordare che i nemici del cinipede galligeno stanno nella sua patria d’origine: qui da noi, a quanto sembra, gli antagonisti in grado di frenarne il disastroso sviluppo sono ben pochi. Di conseguenza il cinipede si diffonde pressoché indisturbato tant’è che l’intera Valsesia e il Biellese ne sono infestati. Nella valutazione complessiva dei danni ambientali, più che alla mancata produzione di frutti, di miele,  di legname e di funghi  si dovrà tenere conto delle conseguenze del disseccamento dei castagni selvatici delle colline: se ciò dovesse accadere il quadro che ne uscirebbe sarebbe certamente a fosche tinte. A tutto ciò si aggiungano i danni che deriverebbero dalla scomparsa degli “arbu”: si tratterebbe di perdite sia biologiche che culturali. I vecchi patriarchi sopravvissuti meritano infatti tutta la nostra attenzione.

Note

Per quanto riguarda i metodi di lotta ai cinipedi si fa riferimento al materiale pubblicato dalla Regione Piemonte, ai numerosi convegni che si sono tenuti sul problema e ai lavori di Giovanni Bosio, del Settore Fitosanitario Regionale.

Riduzione e adattamento da “Castagni da salvare“, ricerca  sul campo di Michela Ferrara e Franco Bertola

L’argomento continua:

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