Fotocomposizione

I vecchi castagni  oltre a ricordare che furono il “pane dei poveri” e a  caratterizzare il paesaggio svolgono altre  funzioni… (Foto: Franco Gray)

  Gli “arbu”, ovvero i grandi castagni innestati, sono un patrimonio da salvare. Testimoni silenziosi di un tempo che pare sconfinare nell’oblio, possono essere studiati per capire le vicende climatiche, per fornire materiale riproduttivo, per interpretare la storia del territorio che li ha visti nascere. I loro semi e il loro bagaglio genetico devono essere considerati  preziosi perché conservano le caratteristiche di piante che, sfidando ogni genere di avversità, si sono dimostrate capaci di sopravvivere per secoli.

   L’immaginazione com’è noto è sempre più avanti della scienza: le storie legate alla presenza di alberi strani e maestosi possono sconfinare nella favola o nella leggenda. Le vicende che li hanno visti protagonisti e il clima di mistero che a volte riescono a creare suscitano curiosità: i vecchi alberi – e in particolare gli “arbu” – sono perciò visitati, fotografati e raccontati al pari di altre meraviglie. Si può pertanto affermare che attirano l’interesse di un pubblico sempre più vasto, e non solo dei turisti del verde. Alla loro importanza culturale e biologica si aggiunge dunque una risorsa di tipo economico.

Il castagno di Sostegno

Vecchio castagno

Un “arbu” storico: il  vetusto castagno di Sostegno che è diventato attrattiva naturalistica… (Foto: Franco Gray)

A Sostegno un vetusto castagno è stato trasformato in attrattiva. Ai suoi piedi una targa lo qualifica come il «Castagno più grosso e più vecchio di tutto il Biellese», seppure nessuno sappia quanti anni abbia. A Bioglio nel parco di Villa Sella cresce un castagno che alla base vanta una circonferenza di circa undici metri; alto diciotto, fu probabilmente piantato nel 1600. L’elenco potrebbe continuare con esemplari forse meno noti, ma qui preme rilevare come  gli elementi del paesaggio frettolosamente dimenticati negli anni dell’industrializzazione selvaggia… ora siano finalmente rivalutati. Passata l’ubriacatura del cosiddetto modernismo, la crisi del post-industriale e gli spettacoli indecenti del degrado ambientale hanno aiutato a riflettere.

Con queste premesse, possiamo ribadire con forza che i grandi  “arbu” sono:

-   cultura;

-   attrattiva naturalistica;

-   anello fondamentale della catena alimentare;

-   casa degli animali.

 

Temi da sviluppare, storie da raccontare…

I grandi castagni monumentali: dove si trovano, in che stato di salute versano.

I castagneti che offrono ombra e momenti d’incontro: storie di ieri e di oggi.

I tronchi dei vetusti patriarchi che diventano casa di diversi tipi di uccelli, dispensa degli scoiattoli, rifugio sicuro per i moscardini e i ghiri che vi passano l’inverno in letargo, raggomitolati.

Le larve degli insetti che trascorrono la maggior parte della loro esistenza nell’humus delle cavità delle piante e che, subito dopo la metamorfosi, cercheranno un luogo sicuro in cui riprodursi per ripetere ancora una volta il ciclo infinito della vita.

I mammiferi – e oltre ai ghiri, agli scoiattoli  e ai moscardini – anche i cinghiali e i caprioli che rovistano sotto gli alberi alla ricerca di castagne, i tassi che scavano la tana tra le radici, la volpe che si aggira furtiva alla caccia di qualche roditore.

Le allegre scampagnate con pranzo al sacco e le castagnate all’aperto. Dalle nostre parti le caldarroste sono note come  “mundai”, altri le chiamano “pline”; in alcuni paesi della zona sono invece dette “brusatai”. Che si chiamino pline, brusatai o mundai, sempre di caldarroste si tratta, e i caldarrostari  hanno messo a punto ingegnosi sistema di cottura…

Le castagne messe a lessare nella pentola che borbotta aiutano a ricordare le tradizioni, come quella che la sera dei Santi vuole si lasci sul tavolo della cucina un piatto di castagne lesse e una buona bottiglia di  vino per chi si trova ormai nell’aldilà.

La raccolta delle castagne e, accanto agli ingegnosi attrezzi di un tempo messi a punto per stanarle dai ricci pungenti, le nuove tecniche della castanicoltura.

I documenti relativi alla lotta biologica e al mantenimento degli equilibri naturali, con precisi riferimenti al ruolo produttore del castagno cui seguono i suoi consumatori, i predatori e da ultimo i decompositori.

I funghi, sia quelli della simbiosi mutualistica e buoni da mangiare sia quelli definiti “cattivi” perché  danneggiano le piante.

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I piccoli frutti tipici del castagneto, dai mirtilli ai lamponi. Seguono le erbe commestibili: il lungo elenco delle specie tradizionalmente raccolte, magari con le semplici ricette dal sapore antico che, per la legge dell’eterno ritorno, sono nuovamente d’attualità

I fiori e le piante del sottobosco, con le leggende che li accompagnano.

Infine… le strane e misteriose creature dei boschi, figlie della fantasia e della poesia.

Vai a  Sant’Agostino: un lago, un libro”

(Rid e adatt. da  Castagni da salvare)

 

Idee e proposte potranno essere pubblicate nel sito.

 

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Un invidiabile castagneto

Lavori nel castagneto di Sant'Agostino

A Roccapietra, nella zona del laghetto di Sant’Agostino  e a poca distanza dalla cappella dedicata al santo, troviamo un castagneto in buono stato. La foto, scattata in agosto,  mostra un gruppo di volontari impegnati  nello sfalcio dell’erba.

 

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